NewsletterPerché è così difficile lavorare tra generazioni diverse?

Perché è così difficile lavorare tra generazioni diverse?

Oggi, per la prima volta nella storia del lavoro, fino a quattro o cinque generazioni possono convivere contemporaneamente all’interno della stessa organizzazione. Persone che hanno iniziato la propria carriera in contesti economici, tecnologici e sociali profondamente diversi collaborano ogni giorno sugli stessi progetti, rispondono agli stessi clienti e condividono gli stessi obiettivi.

È dunque comprensibile che il tema delle differenze generazionali sia diventato sempre più centrale nelle discussioni organizzative. Si parla di Gen Z che cercano flessibilità e senso, di Millennials attenti alla crescita e al benessere, di Gen X e Baby Boomers che valorizzano esperienza, stabilità e competenza.

Ma le cose stanno davvero così?


Sempre più spesso il dibattito sulle generazioni sembra oscillare tra due estremi: da un lato il rischio di attribuire ogni difficoltà relazionale all’età anagrafica, dall’altro quello di ignorare differenze che possono influenzare aspettative, modalità di lavoro e visioni del futuro.

Non si tratta di una sfida temporanea.

Il World Economic Forum identifica la collaborazione intergenerazionale come una delle sfide strategiche del futuro del lavoro.

Forse, allora, la domanda non è tanto quanto siano diverse le generazioni, ma come le organizzazioni possano valorizzare prospettive costruite in epoche diverse.

Per provare a rispondere, facciamo un passo alla volta, chiedendoci:

  • Perché si parla così tanto di differenze generazionali?
  • Quali rischi si corrono quando le etichette prendono il posto delle persone?
  • Come stiamo affrontando questo tema in Serendipity?

Perché si parla così tanto di differenze generazionali?

Quando si parla di generazioni al lavoro, il dibattito si concentra spesso sulle caratteristiche attribuite alle diverse fasce d’età: giovani alla ricerca di flessibilità e significato, generazioni più senior orientate alla stabilità e all’esperienza.

Al di là degli stereotipi, esiste però un dato di fatto: persone cresciute in epoche diverse hanno attraversato trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali differenti, sviluppando aspettative e riferimenti talvolta lontani tra loro. Ignorare queste differenze può essere tanto limitante quanto enfatizzarle eccessivamente.

Se da un lato ridurre le persone alla loro appartenenza generazionale rischia di alimentare pregiudizi e semplificazioni, dall’altro fingere che esperienze, linguaggi, riferimenti e aspettative siano sempre gli stessi può rendere più difficile comprendersi, collaborare e valorizzare i contributi reciproci.

In un contesto in cui più generazioni convivono contemporaneamente nelle stesse organizzazioni, non si tratta più di comprendere una singola categoria di lavoratori, ma di costruire contesti capaci di valorizzare prospettive diverse.


Quali rischi si corrono quando le etichette prendono il posto delle persone?

Quando le differenze generazionali diventano etichette, il rischio è quello di attribuire comportamenti, motivazioni e capacità a interi gruppi di persone sulla base della loro età.

La conseguenza paradossale è che, nel tentativo di comprendere le differenze, finiamo per amplificarle. Entrano così in gioco alcuni bias cognitivi particolarmente diffusi nei contesti organizzativi: l’ageism, che porta ad associare capacità, motivazione o potenziale all’età anagrafica, il youngism, che tende a discriminare ciò che è percepito come nuovo o giovane, e l’effetto alone, che ci porta ad attribuire automaticamente ulteriori caratteristiche a una persona partendo da una singola informazione, come l’età. In questo modo, le etichette rischiano di influenzare il modo in cui interpretiamo comportamenti e prestazioni, spesso più dei fatti stessi.

La ricerca più recente suggerisce infatti una lettura più complessa. Uno studio pubblicato nel 2025 su Frontiers in Psychology evidenzia come la diversità generazionale possa produrre effetti molto diversi a seconda del contesto. Da un lato aumenta la probabilità che emergano punti di vista differenti, favorendo creatività e innovazione. Dall’altro può alimentare conflitti relazionali se le differenze vengono interpretate come contrapposizioni anziché come contributi complementari.

Inoltre, quando le differenze vengono lette solo come fonte di conflitto o distanza, il rischio non è soltanto relazionale. Le organizzazioni possono perdere occasioni di apprendimento reciproco, dispersione di know-how ed esperienze maturate nel tempo, oltre alla possibilità di integrare prospettive diverse per affrontare sfide sempre più complesse.

In altre parole, la diversità generazionale non è automaticamente un vantaggio né un problema. Diventa l’una o l’altro a seconda della qualità delle relazioni che l’organizzazione riesce a costruire.

Questa prospettiva sposta l’attenzione da una domanda molto comune — come gestire le diverse generazioni? — a una domanda forse più interessante:

Quali condizioni permettono a prospettive diverse di collaborare efficacemente?


Come stiamo affrontando questo tema in Serendipity?

Se il rischio è quello di fermarsi alle etichette, la soluzione non consiste nel cercare di uniformare le persone.

Nei progetti che realizziamo sul tema delle generazioni partiamo da una convinzione semplice: la diversità generazionale può essere una fonte di incomprensioni e pregiudizi, oppure diventare una leva di innovazione e apprendimento reciproco. La differenza sta nel modo in cui viene affrontata.

Sapere che una persona appartiene alla Generazione Z o ai Baby Boomers può essere utile, ma raramente è sufficiente per comprenderne davvero bisogni, motivazioni e punti di vista.

Preferiamo invece lavorare sul dialogo.

Creare occasioni di confronto permette alle persone di raccontare come vedono il lavoro, quali aspettative hanno verso l’organizzazione, quali ostacoli incontrano nella collaborazione quotidiana e quali contributi sentono di poter offrire. Molte delle incomprensioni che attribuiamo alle differenze generazionali nascono infatti da barriere di linguaggio e di interpretazione più che da reali incompatibilità.

Un secondo elemento su cui lavoriamo è la valorizzazione delle competenze reciproche. Le organizzazioni possiedono un patrimonio prezioso fatto di esperienze, conoscenze, approcci e sensibilità differenti. Favorire lo scambio tra generazioni significa permettere la trasmissione del know-how, ma anche lasciare spazio a nuove prospettive, nuove competenze e nuovi modi di leggere il contesto. Per le organizzazioni questo significa preservare conoscenze critiche che rischierebbero di andare disperse, accelerare l’apprendimento reciproco e favorire la continuità delle competenze nel tempo. Ma significa anche mettere in dialogo punti di vista differenti, capaci di cogliere bisogni, aspettative e linguaggi diversi dei clienti e degli stakeholder. Quando esperienza e nuove prospettive riescono a collaborare, aumenta la probabilità di generare soluzioni innovative, prendere decisioni più complete e adattarsi con maggiore efficacia a contesti in continua evoluzione. In questo senso, la collaborazione intergenerazionale non rappresenta soltanto un valore culturale, ma una vera leva di innovazione, competitività e sostenibilità organizzativa.

In questa logica trovano spazio pratiche come il mentoring e il reverse mentoring, che consentono di superare una visione unidirezionale dell’apprendimento. Ogni generazione può essere contemporaneamente portatrice di esperienza e fonte di apprendimento per le altre.

L’obiettivo finale non è eliminare il conflitto o rendere tutti uguali.

L’obiettivo è costruire organizzazioni capaci di trasformare le differenze in confronto costruttivo, collaborazione e innovazione. Organizzazioni nelle quali persone cresciute in epoche diverse possano contribuire a un obiettivo comune senza rinunciare alla propria unicità.

Forse la domanda non è quanto siano diverse le generazioni. Forse la domanda è quanto spazio stiamo creando affinché possano imparare le une dalle altre.


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Riferimenti bibliografici

1.     Frontiers in Psychology. (2025). Generational diversity and team innovation: The roles of conflict and shared leadership. Frontiers in Psychology, 15. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2024.1501633

2.     World Economic Forum. (2025, January 17). Gen Z is driving change in the multigenerational workforce. World Economic Forum.

3.     Bonetti, R. (2019). Competenza interculturale e contesti organizzativi complessi.

4.     Glesne, C. (2016). Approcci collaborativi e gestione della complessità nei contesti organizzativi.

5.     World Health Organization. (2021). Global report on ageism. World Health Organization.

6.     Nisbett, R. E., & Wilson, T. D. (1977). The halo effect: Evidence for unconscious alteration of judgments. Journal of Personality and Social Psychology, 35(4), 250–256. https://doi.org/10.1037/0022-3514.35.4.250


A cura di Beatrice Coucourde

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